Plauso agli scenziati, tutti alla ricerca della PARTICELLA DI DIO

Londra, 10 set. – E’ “molto probabile” che il nuovo Big Bang del Cern possa individuare la “particella di Dio”: ne e’ convinto Peter Higgs, lo scienziato britannico che nel 1964 ipotizzo’ per primo la sua esistenza che ora potrebbe essere confermata dalla riproduzione delle condizioni primordiali che diedero origine alla vita. “Se non verra’ scoperto nulla – ha affermato Higgs parlando a Edimburgo, dove ebbe l’intuizione – significa che io e molti altri scienziati non abbiamo capito nulla a proposito di queste deboli interazioni tra particelle”.
Gli scienziati, a partire dalle intuizione del fisico britannico, hanno ipotizzato che un mediatore – chiamato appunto il “bosone di Higgs” – abbia agito da collettore per le unioni delle particelle con la materia. L’importante teoria fu il frutto di “un’illuminazione maturata nel corso di un weekend”, ha raccontato il fisico settantanovenne. (AGI)

Dopo 20 anni di incredibile lavoro per gli scienziati
Partito Lhc, indietro al Big Bang per cercare la ‘particella di Dio’
Il fascio di protoni ha compiuto il primo giro nel super acceleratore, il Large Hadron Collider, un gigantesco anello sotterraneo lungo 27 chilometri, costruito al Cern di Ginevra a 100 metri di profondità. Fiato sospeso per gli scienziati di tutto il mondo, coinvolti oltre 600 italiani. Segui la diretta dal sito internazionale del Cern

Roma, 10 set. (Adnkronos) – Un urlo. Un lunghissimo applauso. Dopo 20 anni di incredibile lavoro per scienziati di tutto il mondo, è partito Lhc. Il Large Hadron Collider, la macchina acceleratrice di particelle da oltre 2 miliardi di euro, la più grande macchina per la scienza mai costruita dall’uomo, ha mosso il primo passo al Cern di Ginevra, dove il gotha dei fisici mondiali, tra cui centinaia e centinaia di italiani, hanno fatto passare il primo fascio di protoni nel super acceleratore. Il test che dà l’avvio alla macchina. Lhc ci porterà indietro nel tempo. Indietro fino al Big Bang, la gigantesca esplosione che ha fatto nascere l’Universo 14 miliardi e piu’ di anni fa. Un viaggio a ritroso nella storia della vita per cercare la ‘particella di Dio’, il bosone di Higgs. Con il suo lavoro, Lhc andrà a caccia di quelle particelle che c’erano in quel primo potentissimo respiro del cosmo e che gli scienziati, fino ad ora, non hanno mai potuto vedere ma solo ipotizzare.

Quello di oggi è un test molto importante perché segna di fatto l’inizio della vita del più grande acceleratore del mondo, costruito per svelare tanti misteri dell’Universo ancora insoluti. Il primo fascio di protoni ha fatto il suo giro di prova passando all’interno di questo gigantesco anello sotterraneo, lungo 27 chilometri, costruito al Cern di Ginevra, alla profondità di 100 metri quasi sotto la città. Lhc è un anello fatto di tubi e di sofisticatissime macchine che lanciano particelle a velocità inimmaginabili, quello che ci si aspetta da queste tecnologie per la scienza è che fotografino le particelle che c’erano all’inizio dell’universo e strani oggetti come i bosoni di Higgs, la particella responsabile della presenza della materia nell’Universo. Quella che molti è stata ribattezzata la ‘particella di Dio’.

Ad assistere allo storico appuntamento del primo test di Lhc al Cern di Ginevra ci sono giornalisti di 400 testate europee, la Bbc ha allestito una diretta, collegamenti simultanei di decine e decine di Tv sono in programma nei diversi Paesi europei tra cui anche in Italia. L’appuntamento con il futuro della scienza è seguito in diretta in Italia, dalla sede centrale di Roma dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, guidato dal fisico Roberto Petronzio, l’Istituto di ricerca del nostro Paese che, da solo, coordina oltre 600 fisici italiani impegnati nella più grande impresa scientifica dei nostri giorni. Alla diretta a Roma hanno voluto prendere parte anche lo scrittore Andrea Camilleri e il fisico e scrittore, Paolo Giordano, vincitore del premio Strega con il romanzo ‘La solitudine dei numeri primi’. Presente anche un nutrito gruppo di scienziati italiani impegnati nella fisica che si farà con Lhc.

Ad assistere al test che segna l’avvio di Lhc al Cern di Ginevra c’è tutto lo stato maggiore dei fisici ed ex responsabili del Centro di ricerche nucleari svizzero, insieme alla maggioranza degli studiosi che hanno contribuito alla realizzazione del mega acceleratore. In prima linea c’è l’attuale direttore generale Robert Aymar ed al suo fianco siedono ben due italiani che hanno guidato il Cern negli anni scorsi e che hanno visto nascere Lhc: il fisico e attuale capo del Cnr italiano Luciano Maiani e il Nobel ed ex presidente dell’Enea Carlo Rubbia. Con loro l’inglese Llewellyn – Smith che ha guidato il Cern subito dopo Rubbia e prima di Maiani.

Al primo vagito di Lhc, tra gli altri, sono presenti anche lo scienziato Giorgio Brianti, autore del ‘primo disegno’ del super acceleratore, e Lyn Evans, capo del progetto ad oggi definitivo di Lhc. Dopo il primo test di oggi, per Lhc seguiranno ancora altri test saranno lanciati due fasci di protoni inviati in direzioni diverse, quindi gli scienziati procederanno alla prima collisione. Con Lhc le diverse migliaia di scienziati, di decine di paesi del mondo, che, insieme a centinaia di tecnici e ingegneri hanno realizzato il super acceleratore, si aspettano di ‘catturare’ informazioni anche sulle particelle supersimmetriche. E non solo.

Oggi gli studiosi sanno che il 95% della massa dell’Universo è costituita da materia diversa da quella ordinaria, ma non sanno di che cosa si tratta. Con Lhc cercheranno di capire cosa sono la materia oscura e l’energia oscura di cui i fisici ritengono sia pieno l’Universo. Cercheranno anche di guardare oltre le tre dimensioni dello spazio oggi conosciute e oltre l’attuale conoscenza della dimensione temporale.

Per fare questo, gli scienziati coinvolti nella mega impresa di Lhc si avvarranno di differenti programmi di studio e ricerche in cui è forte la presenza italiana, sia nella realizzazione del grande acceleratore che degli esperimenti che lo compongono. I due principali sono il Cms (Compact Muon Solenoid) e Atlas (A Toroidal Lhc AppartuS), rivelatori di enormi dimensioni ed avanzata tecnologia realizzati da collaborazioni internazionali che vedono al lavoro oltre 2000 fisici.

A questi si aggiungono l’esperimento LhcB, progettato per studiare la fisica dei mesoni B, e l’esperimento Alice, che è stato ottimizzato per lo studio delle collissioni tra ioni pesanti. Al lavoro, poi, anche due rivelatori più piccoli, il Totem e LhcF specializzati per studiare le collisioni da un vista di vista diverso. Tanta, quindi, la scienza che si vuole realizzare con Lhc. I fisici, infatti, stanno cambiando la loro opinione su come è fatto l’Universo. Fino a 15 anni fa il cosmo era pensato in modo differente e non si sapeva, ad esempio, che il tipo di materia di cui sono fatte le stelle, i pianeti, gli oceani e noi viventi, è solo il 5 per cento di tutto ciò che esiste nell’Universo, dove domina l’energia oscura.

La fisica delle particelle, attraverso macchine come Lhc, potrebbe allora spiegare moltissimi misteri ancora aperti. Una macchina come Lhc, inoltre, è un salto di potenza per arrivare a nuove risposte scientifiche. Con gli acceleratori esistenti si può arrivare fino a 1000 miliardi di elettronvolt, con il Large Hadron Collider si può arrivare a potenze pari a 14.000 miliardi di elettronvolt. Con un’energia così grande, assicurano gli scienziati, è possibile andare molto indietro nel tempo, studiare appunto quello che accadde pochi istanti dopo il Big Bang.

Gli esperimenti progettati per Lhc permetteranno forse di vedere come si è formata la massa, una proprietà della materia che ci permette di esistere. Senza la massa, infatti, l’Universo potrebbe essere solo un oceano di particelle che si muovono alla velocità della luce, difficilmente potrebbero aggregarsi fra di loro. Le molecole sarebbero rare mentre galassie, stelle e pianeti non esisterebbero. Così come non esisterebbe la vita.

La particella responsabile della presenza della materia nell’Universo viene chiamata ‘bosone di Higgs’, la ‘particella di Dio’. La sfida di Lhc, dunque, è vederla per la prima volta grazie all’enorme energia con cui fa scontrare fra loro gruppi di protoni.

Forte la presenza degli scienziati italiani nella corsa a nuove conoscenze che si aprirà con Lhc. Molti ricercatori italiani, inoltre, lavorano in ruoli chiave negli esperimenti più importanti, basti pensare a Fabiola Gianotti, ricercatrice dall’Infn, nominata coordinatrice del potente esperimento Atlas del Large Hadron Collider. L’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn) coordina da solo più di 600 fisici italiani al lavoro sull’acceleratore. L’Infn italiano ha dato inoltre un contributo importantissimo alla progettazione, alla realizzazione e alla ricerca di Lhc.

E forte è anche il ruolo nella realizzazione di Lhc dell’industria europea, tra cui quella italiana. L’Ansaldo Superconduttori, tra le altre, si è aggiudicata la commessa Cern per la produzione, pari ad un terzo, dei dipoli superconduttori di Lhc, una tecnologia d’avanguardia. Un’impresa francese si è aggiudicata un altro terzo ed il rimanente è andato ad un’impresa tedesca.

In particolare, sempre l’industria italiana da sola si è conquistata il 17% dei contratti a fronte di un contributo del 12,22% del nostro Paese al budget del Cern e quindi del Large Hadron Collider. Sostenuta dagli scienziati, per Lhc l’industria ha così messo a punto tecnologie d’avanguardia, tecnologie, mirate ed indispensabili per le ricerche si faranno a Ginevra, ben più avanzate di quelle già disponibili sul mercato. Con il risultato da parte delle industrie di acquisire un know-how prezioso al punto che, per ogni franco guadagnato con contratti con il Cern ne guadagnerà due rivendendo all’esterno il know-how conquistato.

E ancora. L’industria italiana ha avuto un ritorno dalle sole commesse pagato con il bilancio Cern per un totale di 88 milioni di euro, superiore quindi al contributo italiano al bilancio del Cern, pari a circa 77,06 milioni di euro.(interfree)

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