FOLIGNO- Discorso di insediamento del nuovo Vescovo Gualtiero Sigismondi

LO SPECIALE DEDICATO AL VESCOVO DI FOLIGNO INSEDIATOSI NELLA DIOCESI DOMENICA 5 OTTOBRE, SI CONCLUDE CON IL DISCORSO E IL SALUTO PARTICOLARE AI GIOVANI FOLIGNATI

Discorso di saluto ai giovani

“Chi entra per la porta, è il pastore delle pecore” (Gv 10,2): questa parola del Signore, unendo in armonica sintesi la figura del pastore, che conduce, a quella della porta, che introduce, mi sollecita a varcare con trepidazione e gioia grande il portale di questa diocesi. A Foligno, come ben sapete, ci sono varie porte: porta Firenze, porta Todi, porta Romana, porta Ancona e porta San Felicianetto; ce n’è però un’altra: “porta di speranza”, ed è questa, cioè voi giovani!
L’ultimo tratto di strada del cammino pastorale diocesano l’avete tracciato e coperto proprio voi con il Sinodo dei giovani: il traguardo che avete raggiunto è, di fatto, una linea di partenza, che ci impegna a camminare insieme seguendo il Signore, “l’amico più intimo e insieme l’educatore di ogni autentica amicizia”. Faccio mio il saluto rivoltovi da papa Benedetto XVI a conclusione del Sinodo diocesano: “Cari giovani, come ai primi discepoli, Gesù rivolge anche a voi l’invito ad essere suoi amici.
Se rispondete con gioia a questo appello, sarete seminatori di speranza nel cuore dei vostri coetanei”.
La pastorale giovanile, che si configura come una vera e propria seminagione di speranza, costituisce lo svincolo, l’incrocio, il punto di raccordo tra la pastorale familiare e quella vocazionale. Non si dà pastorale giovanile senza pastorale familiare e, al contempo, non esiste pastorale giovanile senza esplorare la frontiera del discernimento vocazionale. Se la pastorale familiare è la sorgente della pastorale giovanile, questa, a sua volta, è l’alveo che conduce al delta della pastorale vocazionale.
Nel salutarvi, vi benedico con la formula che ascolteremo tra poco nel brano della Lettera ai Filippesi proposto dalla liturgia come seconda lettura: “Quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri” (Fil 4,8). Se volete scoprire chi siete dovete prestare attenzione a tutto quello che è oggetto dei vostri pensieri; se non sapete dove siete dovete chiedervi in quale direzione sia diretto il vostro sguardo; se non conoscete quale sia il vostro tesoro dovete seguire la rotta dello sguardo e così scoprirete dove dimora il vostro cuore.
Alla Vergine Maria, che qui veneriamo con il titolo di Madonna del Pianto, domandiamo di ottenerci dal Figlio Suo la grazia di tenere fisso lo sguardo su di Lui, “autore e perfezionatore della fede” (Eb 12,2). Le lacrime da lei versate – autentico inchiostro della speranza! – siano collirio per i nostri occhi, che fanno fatica ad aprirsi e a sollevare lo sguardo.
Mi accingo a entrare in questo santuario mariano domandando al Signore il dono delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata; la Vergine Maria, “portavoce della preghiera della Chiesa presso il Figlio Suo”, si faccia interprete di questa supplica, che deve essere corale oltre che cordiale e persino accorata.
Discorso di saluto alle autorità

Saluto e ringrazio il signor Sindaco di Foligno Manlio Marini che, a nome di tutte le autorità civili, politiche, socio-economiche e militari della città e del territorio, mi ha dato il benvenuto in termini tanto puntuali quanto cordiali. La partecipazione alla vita politica è un servizio primario e importante, ed è una forma eminente di carità verso il prossimo.
La Chiesa, memore dell’insegnamento dell’apostolo Pietro – “Siate sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore” (1Pt 2,13) –, nutre e trasmette un grande apprezzamento per la funzione pubblica e prega per i suoi rappresentanti chiedendo a Dio di “illuminare la loro mente e il loro cuore, affinché cerchino il bene comune nella vera libertà e nella vera pace”.
La Chiesa è ben consapevole che alla struttura fondamentale del cristianesimo appartiene la distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio (cf. Mt 22,15-22). La collaborazione tra la comunità politica e la Chiesa si realizza nel rispetto dell’indipendenza e dell’autonomia di ciascuna nel proprio campo. “Per la sua naturale missione – osserva Benedetto XVI – la Chiesa non è e non intende essere un agente politico”, e tuttavia ha un interesse profondo per il bene della comunità politica. Opera in modo da non dare l’impressione di intromettersi in sfere che non le competono o di approvare interessi particolari, ma non consente restrizioni alla propria libertà di annunciare apertamente il Vangelo e i principi morali e religiosi, anche in materia sociale.
Alla necessità di ridefinire il senso di una vera laicità che sottolinei e conservi la differenza tra ambito politico e religioso, ma anche la loro coerenza, si associa il dovere di ribadire con chiarezza che una democrazia autentica è garantita da un forte consenso etico su alcuni valori di fondo, quali “la dignità trascendente della persona umana, la solidarietà e la sussidiarietà”.
La rilevanza pubblica e la funzione insostituibile della religione viene sottolineata da Giovanni Paolo II quando scrive: “Il vescovo è difensore e padre dei poveri, è sollecito della giustizia e dei diritti umani, è portatore di speranza (…). La speranza è intimamente congiunta con lo zelo per la promozione integrale dell’uomo e della società” (Pastores gregis, 67). È proprio in questa intima connessione tra speranza e zelo per la promozione integrale dell’uomo che è possibile individuare il punto di contatto o di tangenza tra la Chiesa e la società civile. Questa piazza, in cui si affacciano la Cattedrale e il Municipio, è simbolo reale di questo necessario e prezioso incontro.
Quanto questo incontro sia fecondo lo si è sperimentato in occasione del sisma che ha colpito duramente questa città e l’intero territorio. Ad una popolazione provata dalla calamità del terremoto le autorità religiose, unitamente a quelle civili, politiche e militari, in sinergia con le associazioni di volontariato, hanno contribuito a tenere viva la speranza. In questa piazza, illuminata dai colori e allietata dalle voci della Quintana, presento le mie credenziali di “seminatore di speranza”, cioè testimone del Dio di Gesù Cristo, che ha imposto alla morte un limite invalicabile.

Presa di possesso canonico della diocesi di Foligno – 5 ottobre 2008
“La vigna del Signore è la casa d’Israele”: questa formula di fede che la liturgia ci ha suggerito riassume e interpreta il significato delle letture bibliche che sono state appena proclamate in questa Cattedrale, “punto focale e centro di convergenza” della nostra Chiesa particolare.
La parabola che abbiamo appena ascoltato (cf. Mt 21,33-43), inserita nel contesto storico e letterario della resistenza che i capi del popolo oppongono a Gesù, è riportata nei Sinottici con modeste varianti. La fedeltà con cui le prime comunità cristiane l’hanno trasmessa testimonia quanto essa abbia colpito vivamente la loro sensibilità. La parabola, che ha tratti di natura allegorica, si ispira apertamente al canto commovente, risuonato nella prima lettura, in cui Isaia paragona Israele a una vigna, che Dio stesso ha piantato, di vitigni genuini in una terra fertilissima, nella speranza – andata delusa – di una ricca e buona vendemmia (cf. Is 5,1-7).
Il canto della vigna costituisce solo il punto di partenza della parabola, che corre in altra direzione. Leggendo in sinossi i due brani, c’è un particolare che merita di essere sottolineato. Nel canto di Isaia il vignaiolo, dopo aver piantato scelte viti, costruisce una torre e, poi, scava un tino. Nella parabola, invece, il padrone della vigna, dopo averla circondata con una siepe, scava una buca per il torchio prima ancora di costruire la torre di guardia: è ancora lontana la stagione della vendemmia e il padrone già pensa al frutto! Questo particolare dice a me, a cui oggi il Signore affida un filare della Sua vigna dalle radici antiche e dai tralci fecondi, di cercare anzitutto il frutto. Mi dispongo a vivere la stagione della vendemmia col cuore colmo di gratitudine nei riguardi di mons. Arduino Bertoldo e di mons. Giovanni Benedetti che, con intelligenza d’amore, hanno sollecitato presbiteri e laici, religiosi e religiose a testimoniare quanto sia vero quello che si legge nella metafora giovannea della vite e dei tralci richiamata dall’acclamazione al Vangelo: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, porta molto frutto” (Gv 15,5).
Oltre alla consapevolezza che la vendemmia rappresenta la prima opera pastorale, ho pure la convinzione che il raccolto appartiene al Signore, perché la vigna è Sua. Ecclesiam Suam diligere: questo motto, tratto dall’epistolario montiniano, mentre mi ricorda che la Chiesa è di Cristo e a Lui devo rendere conto, mi sollecita a prendermi cura di questa piantagione con gioia e gratitudine. Il rendimento di grazie è la base musicale dell’intercessione e, insieme, è la colonna sonora che accompagna chiunque accolga l’invito del Signore a lavorare nella Sua vigna con la stessa fedeltà con cui un contadino si lega ad un appezzamento di terreno quando decide di piantarvi scelte viti.
“Senza paura, senza calcoli e senza misura”: questo è l’atteggiamento di fondo, anzi, l’intenzione profonda con cui faccio ingresso in questa antichissima diocesi, richiamando da subito l’attenzione di tutti su due importanti e imprescindibili orientamenti pastorali:
-la preghiera è la condizione della concordia;
-la cura della vita interiore è la prima attività missionaria.
Senza il “cemento della concordia” lo Spirito santo non può e non vuole operare. La concordia non è una semplice coincidenza di interessi egoistici, ma è disponibilità concreta e generosa a “camminare insieme secondo la volontà di Dio”. È impossibile esplorare la frontiera della missione se non a partire dalla prima linea della comunione ricevuta in dono e sempre faticosamente cercata. E in prima linea c’è anzitutto il vescovo, che, come scrive Giovanni Paolo II, “è quasi punto di congiunzione della sua Chiesa particolare con la Chiesa universale e testimonianza visibile della presenza dell’unica Chiesa di Cristo nella sua Chiesa particolare” (Pastores gregis, 55). Come la comunione gerarchica con il Successore di Pietro è principio costitutivo per l’esercizio dell’autorità episcopale, così la comunione gerarchica con il vescovo è principio fondante per l’esercizio della triplice funzione profetica, sacerdotale e regale dell’intero popolo di Dio.
Oltre a tessere la trama della comunione nell’ordito della comunità ecclesiale, il vescovo è impegnato a promuovere l’universale chiamata alla santità, di cui egli “deve essere l’infaticabile sostenitore”. La vita pastorale si ridurrebbe ad una serie di iniziative prive d’iniziativa se venisse a mancare la tensione verso la “misura alta” della santità. È ovvio che non c’è primato della santità senza ascolto della Parola, “che della santità è guida e nutrimento”. Ricevo come dono della Provvidenza il fatto che il mio ingresso in diocesi coincida con l’apertura della XII Assemblea generale del Sinodo dei vescovi sul tema La parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa. “Nel suo essere mistero del Corpo di Gesù – si legge nei Lineamenta – la Chiesa si trova ad avere nella Parola l’annuncio della sua identità, la grazia della sua conversione, il mandato della sua missione, la fonte della sua profezia e la ragione della sua speranza” (Instrumentum laboris, 12).
La necessità e l’importanza di mantenere un “contatto continuo con le Scritture” è impegno che riguarda in primis il vescovo, chiamato ad essere “condiscepolo della stessa scuola”. Illuminante, in proposito, è quanto afferma sant’Agostino: “A considerare il posto che occupiamo, siamo vostri maestri, ma rispetto a quell’unico Maestro, siamo con voi condiscepoli della stessa scuola” (En. in Ps., 126,3). Di questa scuola Maria è la prima discepola, la “matricola”; quale “serva fedele della Parola” vive delle Scritture, custodisce nel suo cuore le parole che le vengono da Dio e, congiungendole come in un mosaico (cf. Lc 2,19), le comprende nello spazio del suo Fiat. Sottolinea Benedetto XVI: “Maria nella parola di Dio è veramente a casa sua, ne esce e vi entra con naturalezza. Ella parla e pensa con la parola di Dio” (Deus caritas est, 41).
Annunciare la Parola “con grandezza d’animo e dottrina” (cf. 2Tm 4,2), cioè con l’autorità e l’autorevolezza che nascono dalla testimonianza: questa è la missione a cui sono chiamato e per la quale sono inviato in mezzo a voi! Faccio mio, pertanto, l’augurio di san Paolo: “La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente” (Col 3,16); prendo a prestito l’espressione con la quale egli traduce il suo programma pastorale: “La parola di Dio si diffonda e sia glorificata” (2Ts 3,1); benedico tutti con la formula con cui l’Apostolo delle genti saluta gli anziani di Efeso: “Vi affido al Signore e alla Parola della sua grazia” (At 20,32). Non trovo espressione più adatta per domandare allo Spirito santo che rinnovi in mezzo a noi il prodigio operato agli inizi della predicazione del Vangelo: “La parola di Dio cresceva e si diffondeva” (At 12,24).
“La parola di Dio cresceva e si rafforzava” (At 19,20): questo grido di meraviglia, che esprime la fede della Chiesa apostolica nell’efficacia della Parola (cf. Is 55,10-11), suggerisce un fondamentale criterio di orientamento e di discernimento pastorale. L’indiscussa centralità della Parola, che “avvolge e custodisce il ministero del Vescovo”, fa dire a san Paolo che la Chiesa si configura come “colonna e sostegno della verità” (cf. 1Tm 3,15). Questa sorprendente affermazione paolina, che ho voluto richiamare nello stemma del mio episcopato, sottolinea che il Corpo ecclesiale, nella vitale autenticità della tradizione apostolica, custodisce puro e integro il deposito della fede, lasciando intendere, peraltro, che la Chiesa, nella piena autorità della successione apostolica, “non è al di sopra della parola di Dio, ma la serve” (Dei Verbum, 10).
L’immagine paolina della Chiesa “colonna e sostegno della verità” evoca la realtà della casa fondata sulla roccia della fede di Pietro (cf. Mt 16,16). Edificata con “pietre vive” in Cristo Gesù, “pietra scelta e preziosa” (cf. 1Pt 2,4-5), “la Chiesa del Dio vivente” presenta le caratteristiche di un edificio antisismico.
-È antisismica perché Dio stesso ne è l’Architetto e il Costruttore, che la edifica come tempio dello Spirito attorno alla mensa eucaristica, luogo in cui la Comunità ecclesiale “manifesta se stessa nella sua forma più essenziale”.
-È antisismica perché la dimensione umana e quella divina della Chiesa sono saldamente unite, alla stessa stregua del piano orizzontale e di quello verticale di ogni struttura che rispetti le più elementari norme di sicurezza.
-È antisismica perché la connessione tra Cristo, “pietra angolare”, e noi, “pietre vive”, è assicurata dal fondamento apostolico: tra Cristo ed i fedeli battezzati la saldatura è garantita dalla successione apostolica.
-È antisismica perché la Vergine Maria è la “fortezza incrollabile della Chiesa”, realtà “santa e insieme sempre bisognosa di penitenza”, fondata sulla Croce come mistero di unità, edificata a Pentecoste come realtà cattolica ed apostolica: apostolica perché cattolica!
Configurazione a Cristo e dedizione alla Chiesa: questo è il programma pastorale che siamo chiamati a rendere operativo, prestando ascolto a quanto lo Spirito dice alla Chiesa e nella Chiesa. L’amore per Cristo sarebbe un “vago affetto” se non si esprimesse nella passione per la Chiesa e, concretamente, per la nostra Chiesa particolare, che il sangue di san Feliciano ha tenuto a battesimo. Ci sostengano in questo proposito i santi della nostra terra, fra i quali risplende la beata Angela. La loro compagnia ci liberi da ogni angustia e ci faccia sperimentare quello che san Paolo raccomanda ai Filippesi: “Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti, e la pace di Dio custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù” (Fil 4,6-7).
Nel benedire solennemente, per la prima volta, la santa Chiesa di Dio che è in Foligno, non trovo formula più adatta di quella suggerita dal Salmista: “Dio degli eserciti, ritorna, guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato, il figlio dell’uomo che per te hai reso forte” (Sal 79,15-16).

+ Gualtiero Sigismondi

Vescovo di Foligno


A CURA DELLA REDAZIONEJOURNAL, DIRETTORE MARIOLINA SAVINO

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